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L’india e le energie rinnovabili

La crisi economica non ha apportato grandi danni all’economia indiana, la quale ha visto solo rallentare la sua crescita tant’è che l’economia è fiorente come in nessun altro Paese al mondo. Nonostante il boom economico però, in questo Stato, convivono ancora numerose contraddizioni. La maggior parte dei villaggi (circa il 40% della popolazione, grossomodo 450 milioni di persone) non è ancora collegata alla rete elettrica e per coloro che ne usufruiscono le interruzioni d’elettricità sono frequenti, vincolando l’uso di massa delle tecnologie. Proprio seguendo queste considerazioni il Ministro dell’Energia, Jairam Ramesh, ha prefissato l’obiettivo di assicurare “corrente per tutti”.
Per perseguire lo sviluppo, il Paese ha dovuto pagare un alto prezzo in termini di inquinamento atmosferico, contribuendo consistentemente alle emissioni globali di CO2 nell’atmosfera, posizionandosi al quarto posto nella classifica mondiale delle emissioni di gas serra.
La comunità internazionale ha cercato di correre ai ripari, ma l’India negli anni si è dimostrata riluttante ad adeguarsi alle nuove esigenze del contesto internazionale, peraltro rifiutandosi di partecipare al protocollo di Kyoto.
A seguito del vertice di Copenhagen, Ramesh ha rivelato che si è finalmente raggiunta un’intesa per operare tagli alle emissioni, il che sta a dimostrare l’impegno concreto a far fede alla promessa del Paese di ridurre l’intensità energetica , ossia il rapporto tra energia usata ed emissioni e Pil, del 25%.
Nonostante il vertice si sia rivelato per i più deludente, senza che siano stati dettati obblighi vincolanti per gli aderenti, a sorpresa India, Cina, Sudafrica e USA hanno raggiunto un accordo volontario di contenimento delle emissioni dei gas serra, da attuarsi entro il 2020.
Per prevenire le catastrofiche conseguenze ipotizzate dalla comunità scientifica internazionale il surriscaldamento terrestre non dovrà superare i 2°C. Nulla è stato detto sulle modalità operative per il raggiungimento di tale obiettivo, ma l’accordo rimane comunque un passo importante per la diffusione delle Green Technologies, insieme alla previsione di uno stanziamento di risorse finanziarie per circa 30 miliardi di dollari, per il periodo 2010-2012, a favore dei Paesi in via di sviluppo.
L’India produce energia mediante centrali a carbone, le quali soddisfano circa il 75% dei consumi elettrici. Nei prossimi anni si prevede un incremento di questo tipo di centrali, con 79 Gw di nuovi impianti in funzione entro il 2012, 15,1 dei quali già commissionati. Se poi si tiene conto dell’utilizzo del petrolio e del gas, è facile intuire come la maggioranza delle fonti energetiche sia di origine termica.
Eppure l’India sta dimostrando una maggiore sensibilità ambientale anche a causa della siccità e dello scioglimento dei ghiacciai Himalayani, dell’innalzamento del livello del mare, delle inondazioni e degli allagamenti che negli ultimi anni hanno colpito duramente il Paese.
Proprio in virtù di queste situazioni il Governo, nel 2007, in occasione della XIII Conferenza Internazionale sul Clima tenutasi a Bali sotto l'egida dell'Onu, ha nominato un comitato scientifico composto da ministri, tecnici, industriali, ricercatori e giornalisti per elaborare un piano per combattere l’effetto serra e le conseguenze dannose del riscaldamento globale, ma che allo stesso tempo continuasse a garantire la crescita economica del paese, pari alla proiezione di un 8-9 % annuo.
Oggi siamo di fronte ad una svolta storica da parte del gigante indiano, il quale ha finalmente rivolto lo sguardo verso le tecnologie sulle fonti rinnovabili con una serie di azioni ben più consistenti rispetto al passato.
Tant’è che il ministro delle Finanze, Pranab Mukherjee, ha annunciato l’istituzione di una nuova tassa sul carbone per finanziare le energie rinnovabili, penalizzando così la produzione energetica dalle fonti fossili.
La tassa di 50 rupie, ossia circa un dollaro, per ogni tonnellata di carbone generata dagli impianti nazionali o importati, procurerà introiti per oltre 500 milioni di dollari l’anno e servirà a costituire un fondo destinato alle fonti alternative. Quindi per far fronte alle crescenti necessità del Paese, nella costituzione del paniere energetico, l’India ha deciso di affidarsi anche alle risorse idriche, solari, fotovoltaiche e alle biomasse. Purtroppo tali fonti non sostituiranno le centrali a carbone affiancandole soltanto, ma è comunque un primo passo verso un futuro più sostenibile da parte di un Paese che ha fame di energia.
Il Primo Ministro Manmohan Singh ha intenzione di dare un nuovo volto al Paese e nel mese di gennaio ha specificatamente richiesto a Kirit Parikh, fondatore ed ex-direttore dell’Istituto di Ricerca per lo Sviluppo Indira Gandhi di Mumbai, delle statistiche e scenari di sviluppo per iniziare un percorso verso un’economia più verde. La relazione preliminare, prevista per aprile, sarà inserita in un Panel creato ad hoc per lo studio della via più diretta per la decarbonizzazione. La presentazione finale avverrà nel mese di settembre.
L’India ha una posizione geografica del tutto peculiare che la rende un terreno fertile per l’avventura della Green Revolution, ad esempio grazie ai monsoni, per merito dei quali il Paese dispone di risorse eoliche utilizzabili stimate a 45.000 megawatt. Il potenziale della biomassa è stimato a 12.000 Mw (senza biocarburanti), prospettabile grazie all’utilizzo dei rifiuti verdi in impianti di produzione di biomassa. Tutto ciò in considerazione del fatto che l’agricoltura continua ad essere la principale attività economica per la grande maggioranza della popolazione. Inoltre, essendo all’equatore, l’insolazione tutto l’anno favorisce la diffusione dell’uso dei pannelli fotovoltaici.
Il Governo indiano ha deciso di investire nel fotovoltaico, tanto che si programmano investimenti per 19 miliardi di dollari in un piano nazionale da 20 Gw di potenza installata entro il 2020, un ottavo della capacità di produzione di elettricità di tutta l’India, con un’espansione a 100 Gw entro il 2030 e 200 nel 2050. Si tratta inoltre di migliorare
l'efficienza di tutto il sistema: ridurre il costo dell'energia solare per ottenere una parità rispetto alle altre fonti, migliorare le reti di trasmissione, la tecnologia delle centrali elettriche, la riduzione delle emissioni inquinanti.. prospettando una vera e propria National Solar Mission, così come dal programma del Primo Ministro indiano nei primi mesi del 2009.
In corso d'opera verranno stilati dei rapporti sui risultati ottenuti in base ai costi di volta in volta sopportati, tenendo conto delle novità tecnologiche, sia domestiche che mondiali, con l'obiettivo di prevenire sforamenti di budget in caso in cui l'evoluzione dei costi non segua l'esito previsto.
Per favorire lo sviluppo delle energie rinnovabili, il Ministero dell’Energia ha adottato misure di sostegno specifiche per le diverse filiere disponendo di strumenti finanziari, come l’Agenzia Indiana per lo Sviluppo delle Energie Rinnovabili che elargisce aiuti per finanziare progetti di vario genere, quali prestiti a tassi inferiori a quelli di mercato per l’installazione di parchi eolici, e sovvenzioni per l’acquisto d’impianti ad energia solare.
Inoltre turbine eoliche, componenti e impianti fotovoltaici saranno esenti dalle tasse sulla produzione, mentre i componenti per le pompe di calore non saranno soggette a tasse sull’import e quelle per le centrali solari avranno dazi doganali scontati (il 5% del valore).
Il ruolo degli organismi di ricerca per lo sviluppo delle tecnologie sarà sempre più cruciale, per l’individuazione di soluzioni innovative nell’abbattimento dei costi ed elaborazione degli standard qualitativi fondamentali per garantire alle industrie del settore competitività a livello internazionale.
In questa direzione si stanno già muovendo il NIRE (National Institut of Renewable Energy) nel Punjab nel settore dei biocarburanti e delle biomasse, il C-WET (Centre for Wind Energy Technology) a Chennai il quale fornisce l’assistenza alle società che sviluppano progetti eolici ed il SEC (Solar Energy Centre) nelle applicazioni inerenti al solare termico e fotovoltaico.
Le nuove opportunità offerte dal mercato indiano con la “National Solar Mission” non hanno tardato ad attirare le grandi società nazionali, come Tata BP Solar, BP solar, Lanco Infratech e Bharat Heavy Electrical Ltd, società statale. Notevoli anche gli investimenti esteri, in particolare da parte della Cina, con l’acquisizione di quote societarie di importanti brand come Suntech Power Holding e Trina Solar.
Gli strumenti per il raggiungimento dell'obiettivo vanno da un sistema di certificati verdi con le utility, che dovranno ottenere dal sole almeno lo 0,25% dell’elettricità al 2013 e il 3% al 2022, all’attivazione di una tariffa feed-in con incentivi garantiti per 25 anni (la tariffa sarà di circa 18 rupie per chilowattora, ossia poco più di 0,28 euro).
Qualche punto interrogativo permane sui finanziamenti, in quanto solo una parte è garantita dal Governo di New Delhi, facendo affidamento per la restante sul fondo internazionale per la mitigazione nei paesi in via di sviluppo dell’UNFCCC, United Nations Framework Convention on Climate Change.
Nonostante ciò il primo impianto più grande al mondo è già stato realizzato, al santuario di Sai Baba a Shirdi.
Il sistema è in grado di generare vapore per 3.500 kg ogni giorno, permettendo di cucinare il cibo per i circa 20.000 devoti che visitano ogni giorno il santuario, il che si tradurrà in un risparmio annuo di 100.000 kg di gas per cucinare generando vapore anche in assenza di energia elettrica. Il costo totale del nuovo sistema è stimato in meno di 200 mila euro, 43% del quale sovvenzionato dallo Stato, il quale ha annunciato di voler finanziare per il 50% sistemi simili creati da organizzazioni senza scopo di lucro e fino al 35% dei costi per le aziende profit.
Tutto ciò in attesa della prossima conferenza sul clima che si terrà a Città del Messico nel novembre 2010, durante la quale si darà vita a un trattato globale ambizioso e, questa volta, giuridicamente rilevante.